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Gli effetti sociali del covid19


foto tratta dall'articoli apparso sul quotidiano L'ARENA il 31/03/2020


Gli effetti sociali del covid-19 e le politiche necessarie.


Il Coronavirus non è “a livella” di Totò. Il Coronavirus colpisce tutti e non fa distinzioni: muoiono l’architetto famoso e la vecchietta in casa di riposo, l’operatore del 118 e la commessa del supermercato. Ma i suoi effetti non sono uguali per tutti, oggi durante l’emergenza e soprattutto nei prossimi mesi, quando ci troveremo a vivere le conseguenze economiche e sociali della pandemia. Al contrario, il coronavirus andrà ad approfondire le disuguaglianze rilevanti già presenti nella nostra società, nazionale e locale.

Perché un intervento dell’ Osservatorio sulle disuguaglianze a Verona? Come promotori e soci dell’ Associazione Osservatorio sulle disuguaglianze a Verona riteniamo importante incominciare a pensare da subito, anche mentre la nostra attenzione e le nostre paure sono concentrate sull'emergenza sanitaria, alle conseguenze sociali, attuali e future, di questa catastrofe. La discussione pubblica è molto focalizzata, più che comprensibilmente, sulle drammatiche conseguenze che quanto sta accadendo avrà per i mesi a venire sull'economia e il lavoro e sulle misure che possono attenuare le ricadute negative sulle imprese e sulle persone. Meno presente, nella riflessione collettiva, un’attenzione alle conseguenze sociali, che rischiano di sfociare in una tragedia sociale di proporzioni immani.

Criteri generali per una protezione sociale universale Affinchè gli interventi in emergenza non abbiano l’effetto non voluto di contribuire alla crescita delle disuguaglianze, come sottolineano le proposte “Una protezione sociale universale per affrontare subito l’emergenza” elaborate dal Forum Disuguaglianze Diversità (https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/nessuno-resti-indietro-per-colpa-del- coronavirus/) occorre in primo luogo abbracciare con lo sguardo l’intera popolazione e distinguere al suo interno le diverse categorie di persone colpite: da un lato, minori, inoccupati e pensionati, a seconda delle differenti condizioni di partenza di ciascuno; dall’altro gli occupati, ma cogliendo anche qui i loro assai diversi gradi di vulnerabilità, a seconda della natura dei rapporti di lavoro e della resilienza delle imprese. In secondo luogo, l’esperienza internazionale testimonia che nelle situazioni di crisi è meglio e più veloce muoversi utilizzando gli strumenti di welfare esistenti più adatti, modificandoli ed espandendoli in modo da adattarli alla situazione emergenziale. Infine è importante comunicare con forza questo messaggio universale, e rendere chiaro sin dall’inizio che nessuno sarà lasciato indietro.

Punti di attenzione

In questo momento l’attenzione è giustamente concentrata sui bisogni del Servizio Sanitario Nazionale e sul suo sottofinanziamento. Vi sarà modo, passata l’emergenza e effettuate le valutazioni sulle diversità di reazioni e di effetti dell’epidemia nei diversi contesti territoriali, per discutere non solo sul potenziamento (indispensabile!) delle terapie intensive e dei reparti ospedalieri, ma anche sulla riorganizzazione e ripensamento della medicina di base. Il Decreto Cura Italia si concentra poi sulle misure di sostegno al lavoro e all'economia, sulle quali sicuramente nei prossimi mesi saranno indispensabili altri, sostanziosi interventi. Vorremmo però richiamare l’attenzione, delle politiche nazionali e soprattutto locali, su alcuni rilevanti effetti sociali dell’emergenza, sui quali la discussione pubblica risulta invece meno attenta. In tempi di isolamento sociale forzato, emerge nel dibattito pubblico la questione delle persone anziane sole, fragili, bisognose di qualche forma di assistenza. La vulnerabilità delle persone anziane rispetto al Coronavirus, particolarmente aggressivo nei loro confronti, e le difficoltà per famiglie e assistenti familiari (le cosiddette “badanti”) a raggiungerli per prendersene cura portano al pettine il nodo della totale inadeguatezza delle attuali forme di assistenza per le persone anziane: il tema dell’invecchiamento non è mai riuscito a fare breccia nell'agenda di policy nazionale e le soluzioni di “welfare fai da te” – basate su un milione di badanti (regolari e irregolari) – ci pongono di fronte a una serie di questioni inedite che, tuttavia, non fanno altro che portare alla luce l’intrinseca debolezza delle forme di “bricolage familiare”. All'accudimento degli anziani si aggiunge quello degli altri soggetti fragili all’interno dei nuclei familiari, in particolare i disabili e i minori in condizioni di povertà assoluta, alla quale si accompagna solitamente una situazione di povertà educativa. L’emergenza rende ancora più problematica la loro situazione e riduce ulteriormente gli interventi a loro favore. Chi poi una casa non ce l’ha, come gli homeless e, per altri versi, i carcerati, è nell'impossibilità fisica di praticare quel distanziamento costantemente consigliato per superare l’emergenza. Dalla discussione pubblica sono totalmente scomparsi gli immigrati, che fino qualche mese fa apparivano come l’emergenza sociale primaria. In realtà saranno i primi a pagare i costi della crisi, sia che siano regolari, ma soprattutto se sono irregolari In realtà saranno i primi a pagare i costi della crisi, tanto più se questa li avrà colti da lavoratori in nero nell'economia sommersa.. A fronte dell’emergenza e dei problemi sociali drammatici che stanno manifestandosi, occorre cogliere l’occasione per modificare l’agenda delle politiche sociali, anche a livello locale, con interventi specifici in particolare sui temi sopra menzionati: quello che si fa concretamente sul territorio è assolutamente cruciale per rispondere ai bisogni e intervenire sulle disuguaglianze.

Il Terzo Settore Per molti degli interventi su questi temi le organizzazioni del Terzo Settore svolgono un ruolo cruciale. Ma le organizzazioni del Terzo Settore in una situazione di crisi come questa rischiano il collasso. Il sistema dei progetti come modalità quasi esclusiva di finanziamento le tiene permanentemente entro una situazione di instabilità gestionale, la maggior parte di loro ha una liquidità di cassa che non va oltre i tre mesi.

Riteniamo che in particolare le Fondazioni filantropiche e di origine bancaria possano collaborare con gli enti del Terzo Settore in un modo nuovo e innovativo. Per esempio, possono offrire agli enti del Terzo Settore proroghe non onerose, liquidare la totalità del finanziamento dei progetti approvati anticipando ex ante e non a saldo, ex post a rendicontazione avvenuta, possono semplificare gli oneri di rendicontazione e reportistica. Ma possono anche buttare il cuore oltre all’ostacolo e aumentare i finanziamenti alle missioni e alle organizzazioni (core support), possono predisporre finanziamenti flessibili e non vincolati ad attività e progetti da dedicare alla copertura dei costi correnti (stipendi, affitti, costi di struttura, etc) e a sostenere creatività e resilienza, possono offrire fondi di garanzia o di accantonamento. Sappiamo che la maggior parte degli enti del Terzo Settore sottostima i propri costi di funzionamento adattandosi a sottostare alle richieste dei donatori pubblici e privati che impongono che le organizzazioni del Terzo Settore debbano costare poco. È il momento di debellare questo falso mito e sono le fondazioni filantropiche ad avere la possibilità di prendere l’iniziativa.

La Fondazione Cariverona ha già deliberato un fondo di intervento straordinario. Altri soggetti lo possono fare.

Occorre assolutamente evitare che l’epidemia virale si trasformi in una tragedia sociale.


Leggi l'articolo pubblicato il 31 marzo 2020 su L'Arena.


Per informazioni disuguaglianzeverona@gmail.com



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